Scomodamente sdraiato. Stanza 1, letto B, schienale leggermente
reclinato. Prurito e irritazione sempre più intensi.
Macchie rosso rubino sulle guance e le tempie: una si allarga
fino a coprire tutta la palpebra dell'occhio destro. Da qualche
tempo è la consueta reazione all’infusione di Levosimendan.
"È qui per il suo ciclo mensile?", mi accoglie
sorridendo la cardiologa con tutta la grazia innata di una giovane
veneziana. L'irritazione si fa sempre più persistente.
La compressa di antistaminico non porta nessun miglioramento.
Resisto alla tentazione di raggiungere un ascensore, trascinarmi
dietro palo e flebo, scendere al piano terra dove la porta girevole
mi regalerebbe il sollievo della fresca aria aperta. Non basta.
Immagino di smontare da un vagone della Transiberiana, fermata
Lago Bajkal, montare su un hovercraft, volare sulla distesa
blu trasparente. Di alloggiare in una camera singola in un piccolo
hotel di ghiaccio nella profonda Lapponia. So che non è
il caso di fare un dramma di inevitabili effetti collaterali.
"Il paziente ha piena consapevolezza dello stato clinico
e della traiettoria della malattia".
Torno a sfogliare - sui 152.2 x 71.8 mm. del Pixel - In Frantumi
di Hanif Kureishi. Scrive da un letto di un ospedale periferico
romano, completamente paralizzato dopo una rovinosa caduta.
Accudito istante dopo istante dalla moglie alla quale detta
il testo che lei trasferisce sull'iPad. Malgrado tutto, non
ha perso nulla del suo stile tagliente, ironico, londinese.
Di certo, neppure il gusto di essere molto diretto. Explicit.
Forse è una rivincita sulle sue origini pakistane. Forse
sono io che amo stendere un sottile velo allusivo sul sesso,
invece che servirlo nudo e crudo.
Alla vigilia del ricovero, prima di cena, la testimonianza
di Oleg Mandic, entrato undicenne nei lager nazisti. L'ultimo
bambino uscito vivo da Auschwitz all'arrivo dell'esercito russo.
Sento il peso di ogni sua parola sulla mia pelle, desidero che
finisca in fretta questa intervista, questa tortura. La memoria
dell’orrore passa senza filtri attraverso lo schermo.
Nel pomeriggio, solo in casa, già in stato di agitazione,
Luigi Zoia, psichiatra di fama mondiale, mi ha tenuto compagnia
per quasi un'ora con "Il declino del desiderio. Perché
il mondo sta rinunciando al sesso". Una lezione magistrale
sulla disperata condizione nella quale è piombato, mani
piedi braccia gambe pene e vagina, l'uomo del ventunesimo secolo.
"Signori. Se io vi dico che il racconto della vita è
più importante della vita...". Ti accompagno a casa?
Pensavo non vivessi sola. Fermi sotto il portone, chiacchiere
a notte fonda. Quindi vivi sola? In soggiorno un tavolo bianco
tondo, due sedie. Prendo posto mentre ti allunghi sul divano
blu. Siamo ignari di cosa riserveranno le ore che portano all'alba.
Totalmente smarriti. Mentre ignoro l’invito a starti accanto
sul divano, ho il timore di aver chiuso alle spalle per sempre
una porta spalancata sulla felicità. Ci corteggiamo da
settimane. Fingendo di lavorare con impegno, entrare e uscire
da decisive riunioni, visionare voluminosi book di fotografi,
straparlare di cinema, design e arti varie, commentare celebrity-style
fashion looks, tutte le musiche del pianeta in sottofondo...
Perché questo rovinoso salto all'indietro di quasi mezzo
secolo? Neppure Crono potrà restituirmi l'henné
nei suoi capelli, quella sfavillante mattinata di fine aprile...
Dalla porta della camera filtrano fioche le luci dei neon.
Di tanto in tanto i passi degli infermieri, il cigolio delle
ruote dei carrelli, un cicalino insistente. Una grande famiglia.
Una convivenza forzata. Animali in cattività. I corpi
avvolti nelle lenzuola come in un sudario, le bocche aperte
distorte. Il respiro spezzato l'affanno la fame d'aria. L'eterno
riposo dona a noi, o Signore.
"C'è quel che c'è!", hanno detto reggendo
il vassoio. Oggi non ho potuto ordinare pranzo e cena. Anche
domani saranno altri a decidere il menù. Densa indigeribile
crema di broccoli con ditalini rigati scotti. Zucca al forno.
L'unica verdura che non amo in questa versione che mi dà
nausea. Insipido quartirolo lombardo, di male in peggio. La
più anonima delle acque minerali. C'è un santo
che impreca senza sosta da quando ha scoperto che le hanno dato
il suo nome. Due ore al prelievo mattutino. Ventotto all'ultima
goccia del prezioso farmaco inotropo.
Tre giorni dopo. "Ti dispiace tanto se muoio?". Sudori
freddi. Tachicardia. Pressione misurata compulsivamente. Compressa
di ansiolitico. Carenza di potassio? Nelle narici i tubicini
dell'ossigeno.
Un attacco di panico. Impallidiscono al confronto i disagi dell'ipocondria
in tutte le sue forme mai sperimentate. Ultim’ora. Le
temperature al Polo Nord sono salite ieri di oltre venti gradi
sopra la media, toccando la soglia di scioglimento del ghiaccio.
Per la serata, il palinsesto offre una nuova puntata di un
format una volta innovativo, replicato all’infinito in
svariati paesi, oggi rituale campionario di storie irrilevanti
da sviscerare, affinità e antipatie, alleanze e ripicche,
innamoramenti e rotture. Una dose di tedio prima di coricarsi
calma l’ansia e favorisce il riposo.