Gennaio 2021
   IN EXTREMIS    
 

POST SCRIPTUM

Il paziente ha piena consapevolezza
dello stato clinico e della traiettoria della malattia.
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Febbraio 2025

Scomodamente sdraiato. Stanza 1, letto B, schienale leggermente reclinato. Prurito e irritazione sempre più intensi. Macchie rosso rubino sulle guance e le tempie: una si allarga fino a coprire tutta la palpebra dell'occhio destro. Da qualche tempo è la consueta reazione all’infusione di Levosimendan. "È qui per il suo ciclo mensile?", mi accoglie sorridendo la cardiologa con tutta la grazia innata di una giovane veneziana. L'irritazione si fa sempre più persistente. La compressa di antistaminico non porta nessun miglioramento. Resisto alla tentazione di raggiungere un ascensore, trascinarmi dietro palo e flebo, scendere al piano terra dove la porta girevole mi regalerebbe il sollievo della fresca aria aperta. Non basta. Immagino di smontare da un vagone della Transiberiana, fermata Lago Bajkal, montare su un hovercraft, volare sulla distesa blu trasparente. Di alloggiare in una camera singola in un piccolo hotel di ghiaccio nella profonda Lapponia. So che non è il caso di fare un dramma di inevitabili effetti collaterali. "Il paziente ha piena consapevolezza dello stato clinico e della traiettoria della malattia".
Torno a sfogliare - sui 152.2 x 71.8 mm. del Pixel - In Frantumi di Hanif Kureishi. Scrive da un letto di un ospedale periferico romano, completamente paralizzato dopo una rovinosa caduta. Accudito istante dopo istante dalla moglie alla quale detta il testo che lei trasferisce sull'iPad. Malgrado tutto, non ha perso nulla del suo stile tagliente, ironico, londinese. Di certo, neppure il gusto di essere molto diretto. Explicit. Forse è una rivincita sulle sue origini pakistane. Forse sono io che amo stendere un sottile velo allusivo sul sesso, invece che servirlo nudo e crudo.

Alla vigilia del ricovero, prima di cena, la testimonianza di Oleg Mandic, entrato undicenne nei lager nazisti. L'ultimo bambino uscito vivo da Auschwitz all'arrivo dell'esercito russo. Sento il peso di ogni sua parola sulla mia pelle, desidero che finisca in fretta questa intervista, questa tortura. La memoria dell’orrore passa senza filtri attraverso lo schermo.
Nel pomeriggio, solo in casa, già in stato di agitazione, Luigi Zoia, psichiatra di fama mondiale, mi ha tenuto compagnia per quasi un'ora con "Il declino del desiderio. Perché il mondo sta rinunciando al sesso". Una lezione magistrale sulla disperata condizione nella quale è piombato, mani piedi braccia gambe pene e vagina, l'uomo del ventunesimo secolo.

"Signori. Se io vi dico che il racconto della vita è più importante della vita...". Ti accompagno a casa? Pensavo non vivessi sola. Fermi sotto il portone, chiacchiere a notte fonda. Quindi vivi sola? In soggiorno un tavolo bianco tondo, due sedie. Prendo posto mentre ti allunghi sul divano blu. Siamo ignari di cosa riserveranno le ore che portano all'alba.
Totalmente smarriti. Mentre ignoro l’invito a starti accanto sul divano, ho il timore di aver chiuso alle spalle per sempre una porta spalancata sulla felicità. Ci corteggiamo da settimane. Fingendo di lavorare con impegno, entrare e uscire da decisive riunioni, visionare voluminosi book di fotografi, straparlare di cinema, design e arti varie, commentare celebrity-style fashion looks, tutte le musiche del pianeta in sottofondo... Perché questo rovinoso salto all'indietro di quasi mezzo secolo? Neppure Crono potrà restituirmi l'henné nei suoi capelli, quella sfavillante mattinata di fine aprile...

Dalla porta della camera filtrano fioche le luci dei neon. Di tanto in tanto i passi degli infermieri, il cigolio delle ruote dei carrelli, un cicalino insistente. Una grande famiglia. Una convivenza forzata. Animali in cattività. I corpi avvolti nelle lenzuola come in un sudario, le bocche aperte distorte. Il respiro spezzato l'affanno la fame d'aria. L'eterno riposo dona a noi, o Signore.

"C'è quel che c'è!", hanno detto reggendo il vassoio. Oggi non ho potuto ordinare pranzo e cena. Anche domani saranno altri a decidere il menù. Densa indigeribile crema di broccoli con ditalini rigati scotti. Zucca al forno. L'unica verdura che non amo in questa versione che mi dà nausea. Insipido quartirolo lombardo, di male in peggio. La più anonima delle acque minerali. C'è un santo che impreca senza sosta da quando ha scoperto che le hanno dato il suo nome. Due ore al prelievo mattutino. Ventotto all'ultima goccia del prezioso farmaco inotropo.

Tre giorni dopo. "Ti dispiace tanto se muoio?". Sudori freddi. Tachicardia. Pressione misurata compulsivamente. Compressa di ansiolitico. Carenza di potassio? Nelle narici i tubicini dell'ossigeno.
Un attacco di panico. Impallidiscono al confronto i disagi dell'ipocondria in tutte le sue forme mai sperimentate. Ultim’ora. Le temperature al Polo Nord sono salite ieri di oltre venti gradi sopra la media, toccando la soglia di scioglimento del ghiaccio.

Per la serata, il palinsesto offre una nuova puntata di un format una volta innovativo, replicato all’infinito in svariati paesi, oggi rituale campionario di storie irrilevanti da sviscerare, affinità e antipatie, alleanze e ripicche, innamoramenti e rotture. Una dose di tedio prima di coricarsi calma l’ansia e favorisce il riposo.

Il conto alla rovescia. (Continua).




 

 



   

 

   
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